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INDICE DEI CONTENUTI
VOCI DELLA PIETRA
Poesia, miti e storie sui percorsi di KAMEN.
Quattro podcast per accompagnare la scoperta del Museo Diffuso delle Cave e della Pietra
Testi a cura di Michele Gangale e Jasna Simoneta
Poesie di Igo Gruden e Teresa Hohenlohe
Poesie di Igo Gruden tratte dal volume: Igo Gruden – Balada naših dni – Izbrane pesmi ob petdeseti obletnici Grudnove smrti / Ballata dei nostri giorni – Raccolta di poesie nel cinquantesimo anniversario della morte del poeta – Nabrežina / Aurisína 1999 / Traduzione/prevod Giorgio Depangher)
Poesia di Teresa Hohenlohe tratta da Il castello di Duino di Rodolfo Pichler (1882).
Voci: Valentino Pagliei e Kristina Kamaladevi Mihelj
Progetto Voci della Pietra / Glasovi kamna, L.R. 16/2014 / Circolo culturale sloveno Igo Gruden
Itinerario n. 1 – Le cave e le falesie
Ascolta la poesia: Nelle Cave di Aurisina – Igo Gruden
La prima Via della Pietra di KAMEN non è solo il modo più grandioso per osservare dall’alto le impressionanti cavità aperte nei secoli dall’escavazione di “marmo”, ma anche un momento per ricordare le voci di tutti coloro che nei secoli hanno lavorato duramente per rendere il marmo di Aurisina famoso in tutto il mondo.
Nella poesia, composta nel 1920, Igo Gruden racconta della condizione operaia nella cava e fuori della cava, della marginalità, sul Carso e in città.
In questa poesia si esprimono le voci, i canti calabresi e friulani dei lavoratori, che affiancavano quelli sloveni del Carso: il canto si configura come memoria, come messaggio, come bisogno di risarcimento, come avvertimento di sradicamento nel passaggio da contadini a operai.
NELLE CAVE DI AURISINA
Ascolta – canti calabri e friulani
dalla pietra echeggian, suonan vibrando…
l’orecchio ho teso – oh, vorrei gridare
da Aurisina fin giungere a Sistiana.
Magri e bruciati più delle cicale
i corpi che vacillano nel sole:
mani che arretrano e s’alzano ovunque,
rassegnati sguardi, guance rugose.
Il berretto bianco di carta in capo,
ma sotto son tristi e cupi i pensieri,
semisvestito, dalla cava cerca
di dare all’affamata prole il pane;
solo il sabato, dentro all’osteria
i crucci oscuri annegano nel vino.
Miti e storie / vedetta Tiziana Weiss, presso il colle di Sestrenze
Ascolta la poesia “Le due sorelle” - Teresa Hohenlohe
La vedetta, intitolata oggi all’alpinista triestina Tiziana Weiss, si trova non molto lontano dal colle di Sestrenze, che prende il nome da Sestre – Le due sorelle. Si trattava di due scogli, di circa 7 metri, che si trovavano davanti alla costa sottostante. Esse sono state distrutte negli anni ’30 da un’impresa che su quel tratto aveva aperto una cava, per ricavarne pietrisco. Si narra che questi due scogli fossero noti a tutti i naviganti, che li usavano come riferimento, e che i paesani li ritenessero molto speciali, tanto da vietare ai bambini di toccarle. Anche il tratto di costa adiacente portava il nome di Sestrenze (Šestrenski vrh).
C’erano una volta due sorelle innamorate dello stesso pescatore. Alla sera correvano su questo tratto di costa per guardarlo quando si recava a pescare. Le due fanciulle, consce che la realizzazione di questo sentimento avrebbe provocato un dolore immenso ad una delle due, decisero di togliersi la vita, saltando nel mare, dove diventarono pietra.
Sul costone, alla nostra sinistra, si trovava fino agli anni Cinquanta un’altra roccia molto significativa: veniva chiamata Mož, Uomo. Questa roccia antropomorfa rappresentava proprio quel pescatore, che da qui scrutava, triste e impetrito, le due fanciulle perse per sempre.
La stessa storia è stata descritta anche dalla principessa di Duino, Teresa, l’ultima rappresentante del Casato Thurn-Hofer Valsassina, nel 1882. Noterete che in questo caso viene omesso il motivo della tristezza delle due fanciulle, forse all’epoca ritenuto poco conveniente.
LE DUE SORELLE
Dell’alta costa – al pie’ giacenti,
In nivea tinta, – qual per incanto,
Quasi fantasmi – dal mar sporgenti,
Vedi due massi – l’un l’altro accanto
Sbattuti e rosi – dall’onde felle;
Sono due scogli – e fur sorelle.
Antica voce – narra, che a sera,
Ognor tornando, – due giovanette,
Lievi moveano – sulla riviera,
Il mar fissando – mute e solette.
Eran sì bianche – eran sì belle!
Nè mai disgiunte – eran sorelle.
Qual fu la speme, – quale il desio
Sempre deluso – che in loro ardea?
Che avvinte insieme – su quel pendio
All’orlo estremo – ahi, le traea?
Noto al mar forse – ed alle stelle
Era il mistero – delle sorelle.
Ma un dì che furo – all’irta sponda,
Sempre aspettando – chi non venia,
Un nembo surse – e giù nell’onda
Insiem travolte – se le rapia!
Giacquero immote – le poverelle
Unite sempre, – perché sorelle.
Ed ora, quando – il firmamento
Pallidi fassi – e il sol s’adima,
Nel mar tuffandosi – già sonnolento,
Delle due rupi – sull’ardua cima
Brillan cerulee – doppie fiammelle;
Sono gli spiriti – delle sorelle.
Deposto il remo, – il pio nocchiero,
Con gli occhi fisi – e ai lumi intenti,
Volge pietoso – il suo pensiero
Alla memoria – delle innocenti,
Pace pregando – alle sorelle;
In vita e in morte – sempre gemelle.
Itinerario n. 3 - Aurisina, il borgo, la pietra
Ascolta la poesia: Al figlioletto – Igo Gruden
A Igo Gruden, il poeta di Aurisina, è dedicato il busto bronzeo collocato nel borgo storico del paese. Nella base in pietra sono incisi alcuni versi della poesia “Al figlioletto”, che qui puoi ascoltare per intero.
La poesia è stata composta alla nascita del figlio, nel 1946, dopo le esperienze drammatiche della guerra e dei campi di prigionia a Visco, Chiesa Nuova e Arbe.
Il poeta, dopo avere richiamato gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza trascorsi ad Aurisina tra mare, rocce e bora, manifestazioni di vigore e di resistenza, rivolto sempre al figlioletto, con parole chiare e con ritmo cantabile, invita il figlio a non piegarsi mai all’oppressore e a ricordare che questa è la terra degli avi.
AL FIGLIOLETTO
Tuo padre è nato ad Aurisina
nei dintorni di Trieste;
dove al mare c’è un gran scoglio,
lì correva per la spiaggia,
freddo e bora combattendo.
La sua scuola era a Gorizia:
quando a casa ritornava,
veleggiava con la barca,
fino in Istria egli arrivava
a pescar coi pescatori.
Giorni bui giunsero al fine,
come mai se n’eran visti:
torve genti in tempi oscuri
miser sotto il fior del Carso
venticinque orridi anni.
Se qualcuno ti chiedésse
chi dimora in questa terra
sappi che essa ci appartiene
ai tuoi avi dà riposo
sempre battiti per essa!
Itinerario n. 5 – Sistiana e Portopiccolo
Ascolta la poesia: Ai cavatori di Aurisina – Igo Gruden
La poesia “Ai cavatori di Aurisina” è stata il motivo ispiratore di alcune opere esposte nel Piccolo Parco Sculture di Portopiccolo, frutto del progetto di residenze artististiche transfrontaliere d’arte contemporanea, promosso dalla Rassegna Energia dei Luoghi/ Festival del Vento e della Pietra
Le sculture, che dialogano con il luogo che le ospita, ricavato a sua volta da una ex cava di calcare, si snodano in parte nel borgo e in parte nel “Tunnel della Pietra”, accanto alla Portopiccolo Art Gallery.
Nella poesia, scritta nel 1920, l’autore si autorappresenta lontano dal suo paese natale, come in una memoria nostalgica. Muove il poeta una spinta viva e urgente che si esprime e si riassume nella espressione evocativa “O cavatori di Aurisina”, collocata ad apertura della poesia e ripresa sempre ad apertura di strofa.
Animato da tensione emotiva e da sentimenti fraterni verso i cavatori e il mondo, Igo Gruden si interroga sul futuro della comunità slovena e avverte la prospettiva drammatica che incombe,
richiama la condizione sociale ed esistenziale di chi aveva conosciuto il fardello delle guerre, la condizione di sfollato, la condizione di chi aveva vissuto la fame e la malattia.
Però dalle cave risuona “la vostra voce” e attraversa il Carso, tenace e quasi sovrastante su tutto.
AI CAVATORI DI AURISINA
O cavatori di Aurisina,
estrattori del Carso, voi di San Pelagio,
impolverati operai di Santa Croce,
voi tutti di Slivia, Malchina e Sistiana –
quando tornerò a vedervi,
quando tornerò a sentirvi?Con lunghi camici di sacco,
berretti di carta sopra sguardi cupi,
i vostri pugni più duri della pietra,
i muscoli tremavan sotto il sole,
attraverso tutto il Carso
la vostra voce andava,
o cavatori di Aurisina…
a qual destino, oh, a qual destino?
A schiena curva i vostri Padri,
quelli ancor salvi dalla grappa e il vino,
madie di ghiaia portavan sulle spalle;
nelle fradice officine di Mohorin
bagnavano le seghe i vostri bimbi;
ragazze che volevan guadagnare
giovani ancora avevan brutta fama,
perché, quelle che avevan belle forme,
eran cadute, annegate in mar straniero –
la vostra voce solo
risuonava per il Carso,
o cavatori di Aurisina…
a qual destino, oh, a qual destino?
Forte, enorme, dalle vostre mani
a Salcano è sorto il ponte sull’Isonzo,
le opere vostre portavano a Trieste
con i buoi i contadini; andavano oltremare
le navi fino al Cairo, nelle Americhe;
banche e palazzi pei superbi ricchi
di Budapest e di Vienna costruiste,
per l’altrui gloria le città ornavate –
la vostra voce aspra
andava per il Carso,
o cavatori di Aurisina…
a qual destino, oh, a qual destino?
Dagli orror delle guerre consumati,
affamate le mogli dentro i lager,
perdutesi in città le vostre figlie,
morti di malattie i vostri bambini
lontano, oh, lontano fuori di casa…
Quando ancor la vostra voce
andrà attraverso il Carso,
o cavatori di Aurisina –
a qual destino, oh, a qual destino?
Venderete voi stessi e vi rinnegherete,
andrete a fondo e affogherete nel popolo straniero?
Voi proletari,
come buoi cadrete ai colpi
di pugni freddi e avversi?
O cavatori di Aurisina,
in terra natia crescano salde
le radici delle vostre forze,
scavi sempre più a fondo il pensier vostro:
quando da questa terra vi leverete forti,
robusti e vigorosi,
in patria e fuori di essa –
mai servo di popoli stranieri, ma fratello
ognun di voi imprima la sua impronta
sull’ardito progresso della storia,
o cavatori di Aurisina.